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Prima di Roma – Il nome “Italia”

Gli Etruschi

Tra storia e leggenda

Roma repubblicana

Crisi della repubblica

Tra Repubblica ed Impero. Otaviano Augusto e il suo governo

L’Impero

Crisi e fine dell’Impero

Le grandi invasioni e la fine dell’Evo Antico

Prima di Roma - II nome «Italia»

Nei tempi antichi (VI secolo a.C: avanti Cristo, cioè prima della nascita di Gesù Cri­sto, che segna l'inizio della nostra èra) il nome Italia indicò solamente l'estrema parte sud-occidentale della penisola, di fronte alla Sicilia.

Successivamente il nome fu esteso ad un territorio sempre più vasto e, all'inizio del III secolo (gli anni ed i secoli prima di Cristo si contano all’indietro), esso indicava ormai la parte meridionale dello "stivale" (forma approssimativa della penisola italiana). Ma già a metà dello stesso secolo si chiamava Italia tutto ciò che si trovava a sud del fiume Arno e del Rubicone (piccolo fiume a sud-est della grande pianura padana, che sfocia nel mar Adriati­co), mentre alla fine di esso l'Italia, intesa come realtà geografica, era ormai quella attuale.

Prima della sua unificazione politico-amministrativa ad opera di Roma, l'Italia era un vero mosaico di popolazioni e di piccoli stati costituiti da singole città.

Colonie cartaginesi sorgevano sulle coste della Corsica, della Sardegna (Cagliari) e su quella nord-occidentale della Sicilia (Palermo), mentre, lungo le coste dell'Italia meridio­nale, compresa la Sicilia sud-orientale, vi erano fiorenti colonie greche. Queste ultime (Taranto, Sibari, Crotone, Siracusa, Agrigento, ecc.) si erano formate per lo più tra l’VIII e il VII secolo e prosperarono a lungo come importanti centri commerciali e culturali, tanto che quella parte dell'Italia fu spesso nota con il nome di Magna (Grande) Grecia, mentre i Greci la chiamarono Esperia, ossia "terra della sera", perché, rispetto alla Grecia propriamente detta, essa era ad occidente, cioè in direzione del sole al tramonto.

All'estremo nord e all'estremo sud della costa adriatica vivevano i Veneti e gli Iapigi, popolazioni simili agli Illiri, che abitavano sulla sponda opposta. La pianura padana, percorsa dal Po e dai suoi affluenti, era abitata in gran parte da genti di origine gallica, ovvero celtica, e dai Veneti che ne occupavano la parte più orientale. Eccetto l'Etruria, l'Italia centrale e la parte interna dell'Italia meridionale, erano abitate da popolazioni così dette italiche. Esse erano gli Umbri, i Piceni, i Sabini, i Latini (progenitori dei primi Roma­ni), i Sanniti, i Campani, gli Apuli, ed altri ancora.

Altrove, per esempio in Sardegna, vivevano popoli di origine nemmeno indoeuropea, mentre tra il fiume Po e la sponda settentrionale del mar Tirreno vi erano i Liguri, dai quali la regione prese il nome di Liguria.

Gli Etruschi

Questi abitarono per lo più l'Etruria (la futura Toscana), ma giunsero pure in Val Padana ed anche più a nord, nel futuro Trentino (valle di Non). La loro civiltà fiorì per circa un millennio, tra il IX secolo a.C. e il I secolo d.C. (dopo Cristo). Il periodo di maggior fulgore fu, più o meno, il VI secolo a.C., mentre la loro maggiore espansione territoriale raggiunse, da un lato, la valle del Po, ove venne fondata Mantova, e, dall'altro, parte dell'Italia meridionale.

Tuttavia le conquiste degli Etruschi ebbero breve durata. Infatti le loro colonie, lega­te alla patria d'origine da vincoli economici e religiosi, ma non politici, furono facilmente travolte dalle ribellioni dei popoli indigeni precedentemente sottomessi. Seguì la definitiva conquista ad opera di Roma.

Nonostante la perdita dell'indipendenza, gli Etruschi esercitarono una notevole influenza sui loro conquistatori, tanto che due re di Roma furono etruschi. Inoltre, molti giovani dell'aristocrazia romana si recarono in città etrusche per apprendere l'arte e la letteratura. Nel 90 (sempre a.C.) gli Etruschi ricevettero la regolare cittadinanza romana.

Dunque il rapporto tra Romani ed Etruschi non fu unicamente quello tra conquista­tori e conquistati, ma ci fu, sotto certi aspetti, un processo di integrazione dei secondi con i primi. Ad ogni modo, con il passare del tempo, la lingua e la cultura etrusca si persero e furono dimenticate.

L'origine degli Etruschi è incerta. Secondo alcuni storici, essi sarebbero giunti in Italia dall'Asia Minore, secondo altri, dall'Europa settentrionale, per altri ancora, dall'Italia stes­sa. Più verosimile pare, invece, l'ipotesi che essi derivassero dalla mescolanza avvenuta in Italia tra popolazioni precedentemente giunte nella penisola sia dall'Asia Minore che dal Nord-Europa.

Essi furono particolarmente dediti all'estrazione e alla lavorazione dei metalli; erano esperti nella produzione di oggetti in ceramica. Ebbero una notevole preparazione nell'architettura, tanto che gli stessi Romani appresero da loro nuove tecniche per la costru­zione di strade, archi, fognature, nonché la progettazione di edifici pubblici, templi e persino città.


Gli Etruschi prediligevano il teatro, la musica e la danza. La loro letteratura era molto apprezzata dai Romani.

Della loro lingua si sa che essa, come le più note lingue classiche, prevedeva l'uso dei casi e della declinazione, mentre l'alfabeto era una variante di quello greco, frutto di tanti relazioni con le città elleniche.

Considerevole fu la posizione della donna nella vita civile etrusca, il che, se si pensa alle condizioni femminili in periodi storici successivi, denoterebbe un avanzato grado di civiltà di quel popolo.

La religione etrusca era una reiigione politeista, poiché non vi era un solo dio, bensì tante divinità, la cui volontà era interpretata da una particolare casta di sacerdoti, mediante l'osservazione dei fulmini e l'esame delle viscere degli animali che venivano di volta in volta offerti in sacrificio a tal i divinità.

Sul piano politico, gli Etruschi non costituirono mai uno stato unitario: come le città greche, anche le loro furono delle città-stato, tra loro indipendenti e spesso rivali. Soltanto occasionalmente esse erano riunite in leghe che avevano soprattutto scopi difensivi.

Questa mancanza di coscienza nazionale unitaria permise, in seguito, ai Romani di conquistarle con relativa facilità.

Quando non si ebbe assimilazione con i nuovi padroni, si ebbero le reazioni più disparate: dal suicidio collettivo alla distruzione di tutti i luoghi e gli oggetti sacri, per evitarne la profanazione da parte dei conquistatori. Analoga sorte toccò alla maggior parte degli scritti: principale causa di difficoltà per gli studiosi nel reperire documenti sulla storia e la cultura etrusca.

Tra storia e leggenda

Enea, sopravvissuto alla guerra e alla distruzione di Troia, dove aveva pure perduto la propria moglie, Creusa, era fuggito con il padre, Anchise, ed il figlio, Ascanio. Dopo un lungo peregrinare, era giunto a Cartagine, città di origine fenicia, capitale di un importante regno sulla costa nord-africana; poi era ripartito ed era sbarcato sulle coste di quella penisola che, in seguito, si sarebbe chiamata Italia. Era giunto in una terra pianeggiante, il futuro Lazio, circondata da colline e bagnata dal corso inferiore di un fiume, il Tevere. Vinti i Rutuli, Enea sposò Lavinia, figlia del re, Latino, dal quale presero pure il nome di latini gli abitanti di quella regione. Essi fondarono numerose città politicamente indipendenti, riunite tra loro da una lega religiosa. Una di queste città era Alba Longa, situata sui colli laziali. Suo fondatore e primo re fu lo stesso Ascanio, figlio di Enea. Gli successero, secondo la tradizione, altri undici re, uno dei quali fu Numitore. Quest'ultimo ebbe una figlia, Rea Silvia, ed un figlio, Amulio. Rea Silvia ebbe poi due gemelli, Romolo e Remo. Intanto, Amulio aveva deposto Numitore dal trono e, forse per paura che, una volta cresciuti, Romolo e Remo gli contestassero il potere, decise di gettare nel Tevere i due neonati. Ma essi furono miracolosamente salvati e la leggenda narra che fossero stati allattati da una lupa. Furono poi allevati da un pastore, Faustolo, e da sua moglie, Larenzia.

Qualcuno aveva probabilmente informato i due fratelli delle loro origini, come pure delle vicende occorse al nonno, Numitore, ad opera dello zio, Amulio. Forse sapevano anche chi aveva tentato di eliminarli appena nati, visto che, divenuti adulti, decisero di

"ricambiare la cortesia" ad Amulio, che venne ucciso da Romolo e così Numitore potè riottenere il trono di Alba Longa.

Intanto nei due giovani nacque e maturò l'idea di fondare una nuova città, il cui perimetro fu tracciato su un piccolo colle, il Palatino. Ma crebbero anche i dissapori tra i due fratelli, sino a che, in una lite, Romolo uccise Remo, rimanendo così solo nell'awiare le sorti della nuova città. Correva l'anno 753 a.C., mentre sul Palatino nasceva la città quadrata, così chiamata per la sua forma quadrangolare: quella città era Roma e Romolo era il suo primo re. Egli, infatti, regnò sino al 715, quando, scomparso in circostanze misteriose, iniziò ad essere venerato dai Romani come un dio, con il nome di Quirino.

I primi Romani furono poveri pastori che abitavano la pianura bagnata dal basso corso del Tevere e dal mar Tirreno. La loro lingua era il latino. I loro villaggi furono in origine luoghi di raccolta dei loro greggi (le pecore - il termine gregge non può riferirsi ad altri animali) oppure erano piccoli abitati sulle colline lungo le sponde del fiume. Questi ultimi vennero fortificati con solide mura dagli Etruschi, che si espansero nella regione durante il VII secolo a.C., influenzando notevolmente la vita della stessa Roma la cui religione, anch'essa politeista (o pagana} ebbe in comune con gli Etruschi diverse divinità e pratiche del culto. Di origine etrusca furono anche il terzultimo e l'ultimo dei sei re di Roma che successero a Romolo: un dettaglio che, probabilmente, accentuò l'ostilità dei Romani verso il loro ultimo re, Tarquinio il Superbo, il quale fu deposto nel 510 dai Patrizi (l'aristocrazia) per lasciare il posto ad una nuova forma istituzionale: la Repubblica.


Roma repubblicana

La Repubblica fu instaurata nel 509. Il Re fu sostituito da due consoli. Essi erano a capo dello Stato e dell'esercito, e rimanevano in carica per un anno. Vi erano poi due o più pretori, con funzioni giudiziarie; alle finanze erano addetti due questori, mentre due edili sovrintendevano al corretto svolgimento della vita cittadina. Consoli, pretori, que­stori ed edili erano tutti magistrati (parola che, solo nei secoli successivi, si limitò a significare i principali operatori nel settore giudiziario). Vi era poi il Senato, del quale potevano far parte solo rappresentanti patrizi, mentre non era prevista alcuna rappre­sentanza della plebe, ossia della gente comune. Questa, però, si ribellò nel 490, quando un cospicuo numero di plebei si riunì sul Monte Sacro, un piccolo colle vicino a Roma, ed elesse propri rappresentanti col titolo di tribuni. Si decise di abbandonare la città se non fossero stati concessi alla plebe maggiori diritti. Si tenga presente che la maggior parte delle truppe romane era costituita da plebei, dunque un loro esodo in massa avrebbe messo in crisi l'esercito. Perciò l'aristocrazia dovette cedere alle pressioni della base e riconoscere il ruolo dei tribuni. Iniziò così un'importante serie di conquiste sociali e politiche da parte dei plebei, i quali ottennero, tra le altre cose, il diritto di accedere alla magistratura mentre, con una legge del 287, fu istituita \'Assemblea dei Plebei, formata dai loro tribuni, e alla quale venne conferito potere legislativo.

Nel frattempo Roma dovette far fronte alla rivalità di numerose altre città-stato e popolazioni dell'Italia, che la tennero quasi ininterrottamente per più di un quarto di secolo in assetto di guerra. Per fronteggiare gli attacchi e le scorrerie delle tribù stanziate sulle colline circostanti (gli Equi ed i Volsci) e poi anche dei Galli, tribù celtica giunta dal Nord con a capo il temibile Brenno, Roma aveva stretto un'alleanza con altre città del Lazio.

Una serie di operazioni di guerra fu sostenuta contro i Sanniti per il possesso delle colonie greche della Campania; cosicché, a poco a poco, alleandosi con i popoli vicini o conquistandoli, Roma riuscì, nel 280, ad unificare sotto di sé tutta Italia centrale.

Tuttavia i Romani non condussero una politica di repressione verso le tribù e le città sottomesse, coscienti che solo così avrebbero potuto evitare violente ribellioni da parte di quelle. Perciò Roma concesse loro speciali diritti in cambio di loro servizi militari.

Proprio nel 280 Italia meridionale fu invasa dalle truppe di Pirro, re dell'Epiro, il quale sperava in una defezione da parte delle città alleate di Roma. Tuttavia le speranze di Pirro non si realizzarono e, dopo una dura guerra, il re greco dovette abbandonare l'impresa.

Ma fu per Roma un periodo di pace relativamente breve, per la crescente rivalità con i Fenici di Cartagine, che controllavano il Mediterraneo orientale. Infatti, nel 264 ebbe inizio tra Roma e Cartagine la prima di tre guerre così dette puniche, dato che i Cartaginesi venivano chiamati anche Puni. La guerra si concluse nel 241 con la disfatta cartaginese e la conquista romana della Sicilia, della Sardegna e della Corsica, sulle cui coste i Cartaginesi avevano fondato diverse colonie.

Nel 218 truppe cartaginesi provenienti dalla penisola Iberica e comandate dal generale Annibale invasero Italia e vi rimasero per 13 anni, infliggendo a Roma diverse scon­fitte, la più grave delle quali avvenne nel 216 a Canne, nel sud della penisola. Era la seconda guerra punica, la quale si concluse soltanto nel 202 con la controffensiva roma­na e l'annessione a Roma di Cartagine e del suo impero, sulla costa nord-africana.

Qualche decennio più tardi una serie di fortunate campagne permise a Roma di annettere, nel 148 la Macedonia e, nel 146, la Grecia. Nel frattempo, venne soffocata dalle armate romane una rivolta a Cartagine (terza guerra punica) e la città venne rasa al suolo.

Crisi della Repubblica

Malgrado la serie di successi militari che posero le fondamenta dell'espansione roma­na in tutto il Mediterraneo, il periodo che va dal 133 al 30 a.C. fu contrassegnato da una profonda crisi istituzionale. La classe politica non operava più nel puro interesse del Paese, ma aveva ridotto la propria funzione ad una semplice fonte di arricchimento personale. L'ascesa alle cariche politiche non era alla portata di tutti, dati i cospicui fondi necessari per assicurarsi il favore di un vasto numero di votanti, organizzando spettacoli, manifestazioni sportive ecc. Dunque, solo le famiglie più ricche potevano sostenere quel­le spese; diversamente si poteva avanzare nella carriera entrando nelle simpatie di qual­che personaggio influente e divenendo suo stretto collaboratore. Vi era addirittura chi, per tentare la scalata prendeva a prestito ingenti somme di denaro, tali che poi era costretto a fare di tutto per raggiungere il proprio obbiettivo e potere quindi saldare il debito.


La carriera iniziava con la carica di edili per giungere, se si era fortunati, a quella di consoli. A quel punto si poteva sperare di essere inviati a governare una qualche provincia. Era questa la carica più redditizia giacché permetteva di guadagnare una fortuna, attraverso l'imposizione di forti tasse alla popolazione locale.

Tutto ciò avveniva a danno delle classi più povere. Nel 133, i grandi proprietari terrieri ostacolarono apertamente una mozione di Tiberio Gracco, il quale, in veste di tribuno (della plebe), aveva proposto al senato l'assegnazione di parte delle terre del demanio statale ai contadini meno abbienti, alcuni dei quali erano completamente senza lavoro. Tiberio Gracco pagò cara quella presa di posizione: venne infatti assassinato lo stesso anno da sostenitori dei suoi avversari. Analoga fine toccò, una decina di anni più tardi, al fratello, Caio Gracco, per aver riproposto la riforma agraria.

La vicenda dei fratelli Gracchi divise il Senato in due fazioni contrapposte: gli ottimati, che sostenevano l'aristocrazia terriera, e i democratici, sostenitori delle riforme a favore della base. Fu l'inizio di una nuova serie di lotte interne con lunghi periodi di dittatura, soluzione regolarmente prevista dalle antiche istituzioni romane in caso di situazioni politiche molto precarie o di emergenza, in attesa del regolare ripristino delle istituzioni consolari. Lo dimostra l'episodio di Lucio Cornelio Silla, aristocratico, sostenitore degli Ottimati, il quale, di ritorno da una campagna militare in Asia Minore contro Mitridate, re del Ponto, rientrò a Roma, ove, nel frattempo, i Democratici, guidati da Mario avevano preso il potere. Era l'anno 83. Silla prese la città con un colpo di mano, la governò per più di tre anni, riconsolidando il potere del Senato e, nel 79, quando sembrò raggiunta una sufficiente stabilità politica, lasciò il proprio mandato per permettere il ritorno dei Consoli.

* * *

Come nella maggior parte degli stati dell'antichità, anche a Roma esisteva formalmente la schiavitù. Prigionieri di guerra o semplici deportati dalle province conquistate, gli schiavi erano considerati proprietà del loro padrone. Ad essi toccavano i più duri ed i più umili labori nei campi, o, se avevano buone prestanze fisiche, erano mandati nei circhi a combattere come gladiatori. Più fortunati erano quegli schiavi che, grazie alla loro elevata cultura, avevano il compito di educare i figli dei loro padroni.

Non sempre gli schiavi accettarono passivamente la propria condizione. Tra il 73 ed il 71 ebbe luogo una violenta ribellione condotta da Spartaco, un nobile guerriero della Tracia, anch'egli deportato ed impiegato nei combattimenti gladiatori. La ribellione si concluse solo dopo due anni, quando le truppe del generale Gneo Pompeo riuscirono a sopraffare i ribelli, mentre Spartaco ed altri suoi seguaci furono catturati e messi a morte mediante crocefissione, un metodo di esecuzione capitale ben più antico dell'episodio di cui fu vittima, di lì a poco più di un secolo, Gesù Cristo.

Dopo gli schiavi fu la volta dei pirati, che infestavano il Mediterraneo e che lo stesso Pompeo riuscì a debellare nel 67.

In seguito Pompeo divenne console assieme ad un altro generale destinato a grande fama, Caio Giulio Cesare, il quale, tra il 59 e il 51, riuscì a conquistare l'intera Gallia.

Ben presto il prestigio di Cesare fu causa di crescenti discordie tra lui e Pompeo, sino a che, nel 49, lo scontro fu inevitabile. Cesare marciò su Roma con le proprie truppe e, dopo due anni ebbe ragione del rivale.

Rimasto solo, Cesare governò con mano ferma, riscuotendo un ampio consenso specialmente dalla base. Per assicurarsi l'appoggio del Senato triplicò il numero dei suoi membri mediante l'immissione di persone tutte di propria fiducia.

Tuttavia, il 15 marzo del 44, Cesare cadde vittima di un attentato ad opera di alcuni senatori suoi avversari. Seguirono 14 anni di guerra civile, mentre il potere passò, per un breve periodo, al vicecomandante di Cesare, Marco Antonio. Ben presto questi dovette dividere il potere con il nipote di Cesare, Ottaviano, al quale il defunto zio aveva lasciato per testamento un ingente patrimonio.

Successivamente Antonio dovette partire per un'operazione militare alla frontiera orientale con la Persia per respingere un'invasione ad opera dei Parti.

Innamoratesi follemente della regina d'Egitto, Cleopatra, Antonio diede ben presto a quel rapporto sentimentale un connotato politico valutando la possibilità di sottrarre a Roma, d'accordo con la regina, le province d'oriente. Ciò gli comportò la denuncia per alto tradimento, alla quale seguì l'entrata in guerra di Roma contro lo stesso Egitto. Le ostilità ebbero fine con la battaglia navale al largo di Azio (Grecia), dove la flotta di Ottaviano sbaragliò quella di Antonio e Cleopatra, i quali si tolsero la vita, mentre l'Egitto divenne una provincia romana.

Tra Repubblica ed Impero. Ottaviano Augusto e il suo Governo


La vittoria di Azio e la scomparsa di Antonio misero fine alla lunga guerra civile. Rimasto solo, Ottaviano si preoccupò di riassestare lo Stato indicendo nuovamente le elezioni alla carica consolare, per la quale egli stesso si candidò. Divenuto console, proseguì nel proprio lavoro di rafforzamento delle istituzioni, ridando ad esse l'antica credibi­lità. Ristrutturò il Senato, allontanando da esso i senatori ritenuti indegni, ai quali si aggiunsero coloro che presenziavano scarsamente alle riunioni dell'assemblea.

Tutto ciò diede ad Ottaviano un'indiscussa popolarità, tanto che gli venne conferito il titolo onorifico di Augusto, ben presto usato come un vero e proprio nome, e con il quale egli divenne egualmente noto.

La conquista di nuovi territori verso nord permise ad Augusto di assicurare l'Italia dai ripetuti tentativi di invasione da parte delle tribù germaniche, mentre il confine venne fissato lungo il Reno e il Danubio.

Memore degli abusi commessi dai governatori delle province, Augusto si premurò ad operare una serie di riforme ed innovazioni anche nel settore amministrativo. Al posto degli antichi governatori, che traevano i propri guadagni mediante pressioni fiscali, egli inviò nelle province funzionari scelti nelle file dei senatori regolarmente stipendiati da Roma. Un servizio civile ispettivo fu appositamente istituito da Augusto per assicurarsi che tali governatori svolgessero correttamente il proprio compito. Un regolare servizio postale entrò in funzione per un più rapido collegamento tra Roma e le province più periferiche. I corrieri riuscivano a percorrere giornalmente una distanza talvolta pari ad un'ottantina di chilometri, mentre apposite stazioni permettevano loro di passare la not­te tra una tratta e l'altra del loro viaggio. Sorsero poi nuovi edifici pubblici, per i quali vennero impiegati i migliori architetti e scultori dell'epoca mentre un nutrito numero di artisti, scrittori e poeti (primo tra essi Publio Virgilio Marone, noto come Virgilio ed auto­re di un poema sulle origini del popolo latino, L'Eneide) trovarono nell'abile uomo di Stato un valido sostenitore.

Sebbene tradizionalmente noto come il primo imperatore romano, tanto che il suo nome divenne in seguito il simbolo della dignità imperiale, in realtà Augusto non assunse mai ufficialmente quel titolo, attribuendosi soltanto quello di Primo Cittadino.

Ma Augusto fu anche l'uomo che cavalcò due ere. Infatti, durante il suo mandato nasceva a Betlehem, in Palestina, Gesù Cristo, capostipite non solo di una grande religione, ma anche di un'era, la nostra, dato che, nelle normali relazioni internazionali, gli anni si contano a partire da quell'evento.

Da ora in poi, anche in questo libro, si inizieranno a contare gli anni in ordine regolarmente crescente, visto che si tratterà ormai di fatti della nostra èra, ossia dopo Cristo (d.C.).

L’Impero

Augusto morì nel 14 d.C. Gli successe il nipote, Tiberio, il quale, a differenza dello zio, assunse formalmente il titolo di Imperatore'e diede inizio a più di quattro secoli di reinstaurata monarchia a Roma. L'Imperatore era proconsole e tribuno a vita ed era anche capo religioso. Egli assegnava a persone di sua nomina le cariche di magistrati e nominava personalmente alcuni senatori. Ciò gli rendeva possibile il diretto controllo sulla vita politico-amministrativa di Roma. A lui spettava il control­lo diretto delle forze armate e della finanza. Erano inoltre proprietà personale del sovrano, oltre che parte dell'Impero, vasti territori in Italia e fuori di essa. Uno di questi era l'Egitto, che, grazie alle benefiche innondazioni del Nilo, produceva annualmente enormi quantità di grano.

La confluenza in un'unica persona di tanto potere politico quanto economico fece sì che le sorti del Paese erano spesso legate al carattere dei singoli sovrani.

Non tutti gli imperatori ebbero però la personalità di Ottaviano Augusto. Morto Tiberio, gli successe, nel 37, Caio Caligola, uomo ambizioso che riuscì a proclamarsi dio, nonché autore di numerose stranezze. Si racconta, a proposito, che, in un contrasto con il Sena­to, per umiliare la stessa dignità dei suoi membri, egli proclamò senatore un proprio cavallo... Morì assassinato e, nel 41, gli succedette lo zio, Claudio, il quale fece quanto potè per riparare i danni provocati dal nipote.

Morto Claudio, iniziò, nel 54, il regno di Nerone, i cui ultimi sei anni furono tra i più tristi della storia romana.

II diffondersi del cristianesimo, specialmente tra le classi più povere, fece temere alle autorità governative che, attraverso la nuova religione, si stesse cospirando contro lo Stato. Ora, il cristianesimo non contestava l'esistenza delle istituzioni politiche dello Stato, bensì il loro comportamento. Ad ogni modo, iniziò una sistematica persecuzione contro i cristiani, che divenne più violenta quando, nel 64, Roma fu devastata da un pauroso incendio. L'imperatore, fors'anche provocato da altri, colse l'occasione per infierire maggiormente sui cristiani indicandoli come gli autori del disastro.