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Piovvero le condanne a morte, mentre coloro che si salvarono, dovettero riunirsi clandestinamente nelle catacombe, luoghi di sepoltura sotterranei, situati all'esterno delle mura cittadine.

Numerose furono le congiure per eliminare Nerone, mentre il cristianesimo continuò a propagarsi malgrado la persecuzione. Nel 68 l'imperatore morì suicida.

Vi fu un anno di transizione, con la rapida successione di più sovrani. Alla fine, nel 69, la carica fu conferita a Vespasiano, della dinastia dei Flavi. Uomo sobrio ed avveduto, egli pose un freno al lusso ed agli sperperi che dissanguavano le finanze dello Stato. Grazie all'aiuto di un brillante governatore, Agricola, egli affrontò con successo una serie di ribellioni in Britannia (la parte meridionale della futura Gran Bretagna). Stranamente, però, Vespasiano divenne famoso nel mondo per un'importante innovazione nel settore delle opere pubbliche e della salvaguardia dell'igiene collettiva, specie nelle grandi città come Roma, cioè l'introduzione di quella struttura di utilità igienica che da lui prese il nome.

Gli successe il figlio, Tito, all'inizio del cui regno, nel 79, avvenne il noto disastro di Pompei, sepolta assieme ad Ercolano e Stabia dalle ceneri provenienti da un'eruzione del Vesuvio.

Solo due anni dopo, nell'81, fu la volta di Domiziano, terzo imperatore della dinastia Flavia.

Seguì una serie di imperatori non più eletti per ragioni di parentela con i loro predecessori, ma, piuttosto, per le loro capacità. Tra questi vi era Marco Ulpio Traiano.

Nato in Spagna, presso Siviglia, egli condusse con successo una serie di operazioni difensive sia sul Danubio che contro i Parti, in Oriente. In séguito conquistò la Dacia (futura Romania). Testimonianza delle sue imprese divenne la celebre Colonna traiana, nell'omonima piazza di Roma.

Suo amico e successore fu Adriano. Costui viaggiò in tutto l'impero e si prodigò per soddisfare le lamentele che gli venivano via via presentate dalle popolazioni che incontrava. Divenne famoso per aver fatto erigere una serie di fortificazioni nel nord della Britannia, il Vallo di Adriano. Inoltre fece costruire a Roma, quale proprio mausoleo, la mole adriana, poi trasformata in residenza fortificata durante il dominio dei papi con il nome di Castel Sant'Angelo.

Ad Adriano seguì, nel 138, Antonino Pio; quindi, nel 161, Marco Aurelio. Quest'ulti­mo dovette impegnare a lungo l'esercito per scongiurare le numerose minacce di inva­sioni che provenivano dai confini dell'Impero e che non avrebbero più cessato di assillare il paese.

Crisi e fine dell'Impero

Dopo Marco Aurelio altri imperatori seguirono, e molti di essi dovettero far fronte a nuovi tentativi di invasione che si ripeterono durante il III secolo. Gli Angli ed i Franchi riuscirono a sottrarre a Roma alcuni territori ad occidente, mentre i Persiani facevano lo stesso ad oriente. Erano i segni visibili di un declino già da tempo in atto.

Infatti, verso il 200 si era prodotta nell'Impero una profonda crisi economica ed istituzionale. Nelle campagne, sempre meno popolate, la piccola proprietà era progressivamente assorbita dalla grande proprietà, detta anche latifondo. I piccoli proprietari abbandonavano i loro poderi e andavano a popolare i quartieri poveri delle città, oppure cedevano i loro esigui possessi a dei grandi proprietari, detti anche latifondisti, in cambio di sicurezza e protezione, che lo stato era sempre meno in grado di garantire.

Bande di malviventi compivano frequenti scorrerie, segno del crescente disordine e della miseria che stavano assalendo il Paese, mentre, come spesso accade quando più realtà etniche e culturali convivono in seno ad un'unica istituzione politica, cominciavano a farsi strada in alcune province le prime avvisaglie separatiste. Inoltre le truppe di stanza in esse erano formate interamente da uomini locali, sia nei bassi che negli alti gradi. Con l'indebolirsi del governo centrale, crebbe la loro influenza, a tal punto che ciascuno di questi contingenti riuscì a proclamare imperatore il proprio comandante.

Tra questi imperatori-soldati, tutti esperti guerrieri, il più famoso in quanto artefice di un notevole riassetto organizzativo ed amministrativo dell'Impero fu il generale illirico Diocleziano (284-305).

Con lui si ebbe una massiccia persecuzione dei cristiani, responsabili di aver messo in crisi con la loro dottrina le antiche credenze pagane su cui poggiavano le istituzioni di Roma sin dalla sua fondazione.

Con la speranza di rendere più agevole l'amministrazione del territorio imperiale, troppo vasto per essere governato da un unico centro, egli istituì la tetrarchia, ossia divise l'impero in quattro circoscrizioni amministrative, due delle quali erano rette ciascuna da un Augusto, mentre le altre due erano rette ciascuna da un Cesare. Morti gli Augusti, i due Cesari dovevano succedere loro anche nel titolo ed essere sostituiti da due altri cesari, e così via. Ma tale ripartizione non agevolò tanto amministrazione, bensì fu un ulteriore passo verso la disgregazione politica dell'Impero.


La tetrarchia finì con Costantino (307-337), il quale con l'editto di Milano del 313, concesse ampia libertà di culto ai cristiani, ponendo così fine alle persecuzioni contro di essi, mentre alle autorità ecclesiastiche locali, in via di consolidamento, vennero conferiti sempre maggiori incarichi di amministrazione civile, data la crescente mancanza di funzionari laici. Con lui la capitale dell'Impero fu fissata a Bisanzio, che in suo onore assunse il nome di Costantinopoli.

Teodosio, che regnò dal 379 al 395, continuò e perfezionò, tale processo con l'editto di Tessalonica del 380, contribuendo in questo modo a porre fine all'attrito tra la romanità ed il cristianesimo, il quale, da fattore di crisi, divenne fonte di nuove energie per il logorato impero, che da Romano fu ridefinito Romano-Cristiano.

Ma con lui cessava anche l'unità politica dell'Impero. Infatti, Teodosio decise di dividere quest'ultimo in Impero Romano d'Occidente, con capitale Ravenna, e che assegnò ad uno dei suoi 2 figli, Onorio, mentre l'Impero Romano d'Oriente, con capitale Costantinopoli, andò all'altro figlio, Arcadio.

Alla base della decisione di Teodosio stava la sostanziale preesistente differenza tra la parte occidentale dell'Impero e quella orientale. Il fattore più visibile era stato il prevalente uso della lingua latina ad occidente mentre ad oriente prevalsero sempre la lingua e la cultura greca, che si erano diffuse in seguito alle conquiste di Alessandro il Macedone, precedenti a quelle romane. Non si trattò quindi di una decisione arbitraria e senza fondamenti.

Le grandi invasioni e la fine dell'Evo Antico

Mentre l'Impero d'Oriente era destinato a sopravvivere per ancora un millennio, non fu così per quello d'Occidente. Vi avvennero le prime invasioni cosiddette barbariche, ossia la penetrazione in massa di popolazioni germaniche (Goti, Vandali, Franchi, ecc.) che, sospinte verso occidente dalle incursioni degli Unni, provenienti dall'Asia, si insediarono in territorio romano fondando propri regni di fatto indipendenti. Il 24 agosto 410 Alarico, re dei Visigoti (dal tedesco Westgoten - Goti dell'Ovest), espugnò e saccheggiò Roma; nel 451-452 gli Unni di Attila invasero e saccheggiarono la Gallia e poi l'Italia, risparmian­do Roma grazie soltanto all'intervento personale del Papa, Leone I. Ma fu solo un rinvio, poiché nel 455 la città venne messa a sacco dai Vandali di Genserico, provenienti dal Nord-Africa, che dal 429 era in loro possesso (tranne l'Egitto, territorio dell'Impero d'Oriente). Giunse così al colpo di mano del 4 settembre 476, quando l'ultimo imperatore roma­no d'Occidente, Romolo Augustolo, fu deposto da Odoacre, re degli Eruli, che pose fine all'Impero d'Occidente.

Ben presto, però, Odoacre dovette affrontare l'avanzata degli Ostrogoti (dal tedesco Ostgoten- Goti dell'Est), i quali, guidati dal loro re, Teodorico, sconfissero gli Eruli, mentre Odoacre trovò la morte per mano dello stesso Teodorico.

Il Regno di Teodorico, che comprendeva praticamente l'intera Italia, fu contraddistinto da una politica di convivenza mutualistica, dove l'elemento goto incarnava principalmen­te il potere militare, mentre quello politico, giuridico e diplomatico era appannaggio della componente latina. Non mancò l'interessamento del re ostrogoto nel campo dell'arte e dell'architettura: fu egli, infatti, ad ordinare la costruzione a Ravenna della chiesa di Sant'Apollinare nuovo.

Ben presto, però, la divergenza religiosa tra i latini, in maggioranza cristiani cattolici, ed i Goti, in prevalenza cristiani ariani, giunse a tal punto che Teodorico, credendo di essere vittima di un complotto, fece condannare a morte uomini che in precedenza erano stati di sua fiducia, come i senatori Albino e Simmaco ed il filosofo Severino Boezio. Morì egli stesso il 30 agosto del 526 e fu sepolto nel mausoleo, tutt'oggi visitabile a Ravenna.

Un'ultima riconquista dell'Italia, nel quadro di un auspicato ritorno all'unità romana fu condotta a termine dall'imperatore d'Oriente Giustiniano (527-565) dopo una lunga guerra che durò dal 535 al 553.

Fu allora introdotta in Italia la legislazione giustinianea, frutto delle riforme precedentemente apportate dallo stesso imperatore in oriente, e la cui importanza fu tale da fare dell'Italia il trampolino di lancio per la ridiffusione, nei secoli successivi, dei valori della romanità nell'Europa Occidentale. Ma, accanto a questi lusinghieri auspici, si ebbe un sistema amministrativo statico, fortemente burocratizzato ed accentratore che Costantinopoli aveva ereditato da Diocleziano. Inoltre non tardarono a far sentire la loro eco in occidente le numerose dispute religiose che permearono in quel periodo l'Impero d'Oriente, mentre in Giustiniano trovò la massima espressione il cesaropapismo, in virtù del quale l'Imperatore attribuiva a se stesso il ruolo di supervisore anche in campo reli­gioso: già in precedenza Costantino si era autodefinito "vescovo esterno" della Chiesa cattolica. Sull'esempio di quello, Giustiniano inglobò definitivamente la Chiesa nell'appa­rato burocratico imperiale, in cui i vescovi divennero una sorta di supremi controllori dei funzionari amministrativi laici.


Dunque, la Chiesa perse la propria autonomia; e lo si vide quando, per far fronte alle tendenze separatiste in Siria ed in Egitto, Giustiniano fu costretto ad abbandonare l'ortodossia religiosa per abbracciare sempre più il programma cristiano monofisita di quelle province.

A ciò si oppose perentoriamente il vescovo di Roma, Vigilio, il quale, per questa sua condotta, fu arrestato e relegato nel Chersoneso, dal quale riuscì in séguito a fuggire per riaffermare, una volta di ritorno a Roma, l'ortodossia religiosa in Occidente.

Morto Giustiniano, Costantinopoli si trovò subito di fronte a nuovi pericoli di invasione: ad est premevano i Persiani e, in Italia, i Longobardi, i quali, cacciati dalla Pannonia ad opera degli Avari, nella primavera del 568, la invasero a partire da nord-est e, nel settembre dello stesso anno, giunsero a Milano, centro nevralgico di quella regione che da loro assumerà il nome di Longobarda, parte della quale sarà poi la futura Lombardia.

Le conquiste dei Longobardi proseguirono sino al 572. Guidati dal re Alboino, essi si impadronirono di quasi tutta l'Italia settentrionale e centrale, instaurando un regno che ebbe per capitale Pavia, mentre non riuscirono ad impossessarsi delle coste, ben presidiate dalla flotta imperiale. Non passarono infatti in mano longobarda la Liguria, la nascente Venezia, l'Esarcato di Ravenna (con le città di Ravenna, Bologna, Ferrara e Adria), la Pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia ed Ancona: tutte sulla costa adriatica cen­tro-settentrionale) e il Ducato Romano.

Dopo la morte di Alboino e del suo successore, Clefi, entrambi assassinati, l'infiltrazione longobarda in Italia giunse fino al sud della penisola, ove fu creato il ducato di Benevento, mentre al centro venne creato quello di Spoleto. Entrambi i ducati rimasero quasi indipendenti dal regno principale.

Nel 603, con la mediazione di Papa Gregorio Magno, fu conclusa la pace tra Longobardi ed Impero. Finiva così l'unità territoriale dell'Italia, destinata a rimanere divisa per più di un millennio.

IL MEDIOEVO

L’Italia del primo Medioevo e la nuova autorità della Chiesa Romana

I Franchi e la fine dell’epoca romano-barbarica

Carlo Magno a il Sacro Romano Impero

Gli anni bui del epoca feudale

L’undicesimo secolo e il grande risveglio

Le Crociate

Le Repubbliche Marinare

I Normanni in Italia

Federico Barbarossa e i Comuni italiani

Innocenzo III e il suo pontificato

Federico II e la sua epoca

Vèrso i primi stati nazionali. La crisi del Medioevo

Dalle Signorie ai Principati

Lo scisma d'Occidente e le prime guerre di successioni

Dal Medioevo all'Età Moderna. Il Rinascimento

L'Italia del primo Medioevo e la nuova autorità della Chiesa Romana

In seguito alla pace del 603 i possessi bizantini in Italia comprendevano il litorale (la fascia costiera) della Liguria e della Toscana, come pure quello veneto con la laguna sulle cui isole, per sfuggire alle incursioni di Attila, si erano insediate popolazioni dalla terraferma ed avevano fondato Venezia. Vi erano poi:

- l'Esarcato di Ravenna, precedentemente citato;

- la Pentapoli, con Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia ed Ancona (Pentapoli Marittima), cui si aggiungevano, nell'interno, Urbino, Fossombrone, Jesi, Cagli e Gubbio (Pentapoli Annonaria);

- i ducati di Roma e di Napoli;

- le Puglie e buona parte della Calabria;

- le tre isole maggiori, ossia la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Tali possessi non formavano un territorio compatto ed unito, ma erano staccati l'uno dall'altro, rendendo ancor più difficile la loro difesa. Perciò, verso il 584, l'imperatore Maurizio insediò a Ravenna un alto funzionario con il titolo di Esarca, da cui derivò il nome di Esarcato al territorio del quale Ravenna era capoluogo amministrativo.

L'Esarca era rappresentante diretto ed immediato dell'Imperatore in Italia, ai suoi ordini vi erano i duci, che governavano le varie province (o ducati), nelle quali detenevano il comando supremo delle milizie, nominavano le cariche minori del governo locale, amministravano il fisco e la giustizia.

Non sottostavano alla giurisdizione dell'Esarca di Ravenna: la Sicilia, che era direttamente amministrata da Costantinopoli, mentre la Sardegna e la Corsica erano parte dell'Esarcato d'Africa.

Ma l'interessamento sempre minore di Costantinopoli per le vicende italiane fece progressivamente diminuire il legame tra l'Italia e la Corona. Eserciti locali si affiancarono a quello imperiale, per rimediare le carenze difensive, mentre riemergevano i conflitti religiosi tra Roma e Costantinopoli.

Sul versante economico crescevano progressivamente le città costiere, le quali, grazie ai loro traffici, si arricchivano rapidamente, preludendo alla futura nascita delle Re­pubbliche Marinare.

* * *

Mentre Longobardi e Bizantini si contendevano la supremazia in Italia, la sola istitu­zione in grado di dare luce a quegli anni bui rimase la Chiesa cattolica, che nel Vescovo di Roma riconosceva ormai il proprio Pontefice (o Papa). La sua influenza era principalmente spirituale, ma, data la situazione, assunse ben presto connotati anche politici.


Nel 590 venne eletto Papa Gregorio, un nobile romano, che aveva intrapreso la carriera amministrativa divenendo pure prefetto. Il suo pontificato conobbe una forte espansione del cattolicesimo in In­ghilterra ed in Spagna. Fu potenziato il ruolo dei Vescovi, alla cui potestà fu sottomesso lo stesso monachesimo, che, in precedenza aveva assunto una posizione di autonomia rispetto all'organizzazione ecclesiastica. Inoltre Gregorio codificò la liturgia cattolica dan­dole l'aspetto che essa conservò anche in seguito, arricchita da quel canto noto come gregoriano giacché fu proprio questo papa ad introdurlo. Egli fu inoltre il primo papa ad assumere l'attributo di "Servo dei Servi di Dio", in contrapposizione a quello di "Patriarca ecumenico", con la quale si definiva il Vescovo di Costantinopoli.

Ora, malgrado la sua vocazione ecumenico-universalistica, Gregorio fu costretto dal­le circostanze storiche a dare il massimo delle proprie energie alla causa dell'Italia e di Roma, della quale еgli aveva l'effettiva cura e dove, grazie agli ingenti patrimoni di cui già allora disponeva la Chiesa, egli intervenne in occasione delle frequenti carestie mentre sborsò ingenti quantità d'oro, per evitare a Roma l'occupazione longobarda, dapprima ad opera del Duca di Spoleto, poi da parte dello stesso re Agilulfo.

Tutto questo fece sì che, accanto alla figura di capo spirituale, il Papa asumesse, col tempo, quella di un capo politico, mentre contava sempre meno il ruolo del duca bizan­tino di Roma.

Come si è già visto, fu grazie a Papa Gregorio che si giunse al primo vero accordo di pace longobardo-bizantino. In seguito al quale, si ebbe la conversione al cattolicesimo della casa reale longobarda, dunque la inevitabile conversione di tutte le genti longobarde alla medesima fede.

Papa Gregorio morì l’11 marzo del 604, al termine di un pontificato che lasciava un segno incancellabile nella crescita del cattolicesimo e nell'avventura politica dell'Italia. Per questo egli è noto come Papa Gregorio Magno (dal latino magnus), che vuoi dire // grande), mentre, sulla sua tomba fu scritto l'appellativo, che i contemporanei gli conferirono, di "Console di Dio".

I Franchi e la fine dell'epoca romano-barbarica

II VII secolo vide una nuova potenza affacciarsi sul mediterraneo: gli Arabi. In precedenza nomadi, essi trovarono nella nuova religione islamica, predicata loro da Maomet­to, l'elemento unificatore che fece nascere in essi la coscienza di popolo.

Nel volgere di pochi decenni, le conquiste arabe giunsero ad estendersi dai confini dell'India sino alla Spagna.

L'Asia Minore ad oriente e la Spagna ad occidente in mano araba chiudevano l'Europa come in una morsa, ma nel 732 il tentativo arabo di penetrare nella Gallia venne fermato a Poitiers dai Franchi, guidati da Carlo Martello, mentre i ripetuti tentativi di colpire Costantinopoli furono puntualmente respinti dalle forze armate bizantine.

Tuttavia il secolo VIII fu un periodo difficile per l'Impero Bizantino sia per le conquiste musulmane che per il travaglio religioso che veniva dall'iconoclastismo, un movimento riformatore sviluppatesi soprattutto nelle province dell'Asia Minore, basato sul rifiuto del culto delle immagini sacre.

Il fenomeno iconoclastico raggiunse il proprio apice nel 754 con un concilio conclusosi con l'anatema contro gli adoratori di immagini. Solo nel 787 l'iconoclastismo venne definitivamente ripudiato.

Nel 749 il re longobardo Astolfo occupò l'Esarcato di Ravenna e la Pentapoli. Naturalmente ciò non trovò d'accordo il papa, Stefano II, il quale, dopo un inutile viaggio a Pavia per convince­re il sovrano longobardo a far cessare l'occupazione, giunse a Ponthion, ove, il 7 gennaio del 754, ebbe un incontro con il re franco, Pipino, capostipite della nuova dinastia carolingia il quale si impegnava, tra l'altro ad intervenire presso Astolfo per la restituzione alla Corona bizantina dell'Esarcato e della Pentapoli.

Falliti i tentativi sul piano diplomatico, fu decisa un'azione di forza ed un primo intervento militare franco si ebbe nell'aprile del 754 con l'assedio di Pavia. Ma al ritiro delle truppe franche, Astolfo non solo non sgombrò i territori bizantini occu­pati, ma nel 756, assediò con le proprie truppe la stessa Roma. Un secondo inter­vento militare franco costrinse nello stesso anno i Longobardi a desistere dai propri intenti e, invece di tornare alla Corona di Costantinopoli, la Pentapoli e l'Esarcato passarono al Papa. Nasceva così lo Stato Pontificio, ove il re franco, dal Papa nominato "Patrizio dei Romani", assumeva l'alta carica di protettore della Chiesa e della sede pontificia.

Un ultimo tentativo di rivalsa longobarda si ebbe nel 771, quando Desiderio, succes­so ad Astolfo nel 756 con l'appoggio del Papa, non volendo cedere alla Corona pontificia alcune città dell'Emilia come ricompensa all'appoggio ricevuto, preferì avanzare con le proprie truppe fin sotto le mura di Roma. Intanto la figlia di Desiderio, Desiderata, era andata sposa a Carlo, re dei Franchi dopo la morte di Pipino (24 settembre del 768), portando una temporanea ventata di distensione tra le due Corone. Ben presto, però, tornarono alla luce le antiche rivalità, e, nel 773, le truppe di Carlo giunsero a Pavia e a Verona, che capitolarono solo alcuni mesi più tardi (774), mentre Desiderio finì prigionie­ro in Francia (nome dato alla Gallia in onore dei Franchi).


Carlo divenne così re dei Franchi e dei Longobardi. Sul piano amministrativo i duchi longobardi vennero rimpiazzati dai conti franchi. Si chiudeva l'epoca dei regni romanobarbarici.

Carlo Magno e il Sacro Romano Impero

La notte di Natale dell'800, nella basilica di San Pietro, a Roma, il re dei Franchi, Carlo, venne incoronato imperatore da Papa Leone III.

Salito al trono nel 768, come già visto, aveva subito intrapreso un'intensa attività militare con ingenti conquiste territoriali. Una prima spedizione contro gli Arabi in Spagna nel 778 era terminata con la disfatta di Roncisvalle, ove agli Arabi s'erano aggiunti i Baschi, che avevano fatto strage della retroguardia franca, nella quale, tra gli altri, avrebbe combattuto, morendo poi sul campo di battaglia, quell'Orlando (o Rolando), alla cui figura di cavaliere e di soldato fu dato ampio spazio nella letteratura epico-cavalieresca. Ma tre anni più tardi, nell'801, Carlo riuscì a conquistare un territorio che si estendeva sino a Barcellona e che prese il nome di Marca Spagnola. Si chiamavano infatti marche le unità amministrativo-territoriali situate lungo i confini del regno carolingio e godevano di una particolare tutela militare. Esse erano governate da un marchese, che rappresentava il Sovrano in tutte le sue funzioni. I territori non di confine si chiama­vano invece contee, poiché rette da un conte, anch'egli rappresentante plenipotenziario della Corona.

Più fortunate di quelle in Spagna erano state invece le campagne al nord e a Oriente, giungendo così a fissare i confini del regno lungo l'Elba e un tratto dell'alto Danubio.

Con il gesto di Papa Leone III nasceva il Sacro Romano Impero e veniva con esso ripristinato in Occidente l'istituto imperiale, mancante da quasi tre secoli e mezzo.

Il Paese si divideva in contee, che prendevano il nome di marche qualora si trovassero lungo le zone di frontiera, ed i loro funzionari, fossero essi conti o marchesi, erano affiancati nelle proprie mansioni dai vescovi, integrati a pieno titolo nel sistema amministrativo carolingio. Era inoltre in mano a funzionari ecclesiastici la cancelleria imperiale, mentre erano sia ecclesiastici che laici i così detti missi dominici, che avevano l'incarico di compiere periodiche ispezioni attraverso tutto il territorio dell'Impero.

L'economia del paese era essenzialmente agricola e si sviluppava prevalentemente attorno alle grandi abazie benedettine e nelle così dette ville, grosse tenute agricole, gestite direttamente dalla Corona oppure dall'amministrazione locale, anche vescovile, che divennero, col tempo, veri e propri centri abitati dal nome spesso legato alle antiche origini. Si trattava, dunque, di realtà economiche chiuse che rispecchiavano la fase di decadenza che si stava attraversando, caraterizzata dalla quasi completa assenza di commerci e dallo scarso uso del denaro. Ciò trovava particolarmente sensibile l'Imperatore, il quale cercò di ridare impulso alle attività commerciali migliorando le comunicazioni stradali e riformando il sistema monetario, che con lui divenne di esclusiva competenza della Corona.

Notevole fu, al contrario, la rinascita culturale, che ebbe come suo centro vitale la
Schola Palatina, un'istituzione sorta nel 782 per volontà dello stesso Sovrano presso la
Corte ed alla quale fecero capo studiosi da tutta Europa, tra i quali si distinsero il franco
Eginardo, autore di una biografia di Carlo, e il longobardo Paolo Diacono, autore di una
Storia dei'Longobardi.

Sul piano strettamente istituzionale persisteva il grave problema della successione al trono. Presso i Franchi, infatti, alla morte del sovrano, il territorio del regno veniva diviso tra tutti i figli di quello, senza, quindi, preoccupazione per l'unità politica del Paese, giacché esso era considerato patrimonio personale del monarca. Sta di fatto che lo stesso Carlo (al quale, dati gli alti meriti, fu attribuito, come per Papa Gregorio, l'appellativo di Magno), padre di tre figli, Carlo, Pipino e Ludovico, seguì tale prassi successoria e solo la prematura scomparsa dei primi due figli fece sì che alla morte del padre, il 28 gennaio dell'814 ad Acquisgrana, l'Impero rimase unito sotto l'unico successore, Ludovico I, detto il Pio, per il suo profondo fervore religioso. Questi, nell'817, emanò un'ordinanza che risolse la questione successoria a favore del figlio primogenito, Lotario, che, in qualità di erede al trono, nel 824, promulgò, per volontà del padre, una sorta di "Costituzione", dalla quale, tra l'altro, appariva chiaramente la tesi della subordinazione del Papa all'Imperatore, rappresentato a Roma da un Messo, nelle mani del quale ogni neo-eletto pontefice avrebbe dovuto prestare giuramento di fedeltà al Sovrano, giuramento al quale erano tenuti anche i sudditi del Papa, mentre era facoltà della Corona intervenire nei confronti dei funzionari pontifici. Infine era previsto per il messo imperiale l'obbligo di inviare annualmente alla Corte un rapporto sulle vicende interne romane.