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Gli ultimi anni di regno di Ludovico il Pio furono caratterizzati da una crescente instabilità. Aspre lotte tra i figli del monarca sconvolsero il Paese e, nell'833, veniva deposto lo stesso imperatore, il quale riprese il proprio trono soltanto un anno più tardi. Morì nell'840. Succedutogli quale nuovo imperatore, Lotario dovette ben presto far fronte alla rivolta mossa contro di lui dai fratelli, Carlo il Calvo e Ludovico, i quali si coallzzarono con un solenne giuramento che ebbe luogo a Strasburgo nell'842. La pace giunse l'anno seguente con il trattato di Verdun, in virtù del quale l'Impero venne diviso in tre parti. A Lotario, solo formalmente ancora imperatore, spettò l'Italia e la Lotaringia (regione situata tra il Reno, la Mosa e la Schelda), Ludovico ricevette la Germania e Carlo il Calvo ottenne la Francia. Alla base del nuovo assetto territoriale stava il formarsi di tre grandi nazionalità europee: quella francese, quella tedesca e, più tardi, anche quella italiana.

Morto Lotario nell'855, dopo un ulteriore frazionamento del territorio posto sotto la sua diretta amministrazione, gli successe, con un titolo di imperatore ormai privo di peso politico, il figlio Ludovico II, diretto titolare del solo regno d'Italia.

Tale situazione preoccupava fortemente il Papa, il quale, nell'agosto dell'846, vide la basilica di S. Pietro saccheggiata dai pirati saraceni (sinonimo), ma solo per quell'epoca, di arabi), mentre era in corso dall'827 la conquista della Sicilia da parte dell'emirato arabo tunisino, che la portò a termine nel 902 con la caduta di Taormina, ultimo caposaldo bizantino nell'isola. Nell'839 furono occupate dagli Arabi le città di Bari e di Taranto, riprese successivamente dai Bizantini rispettivamente nell'871 e nell'880.

A Roma, intanto, erano ormai maturi i tempi perché la Santa Sede, con l'elezione di Papa Nicolo I, si svincolasse dalla tutela imperiale, mentre nell'875, Papa Giovanni VIII decretò il principio che conferiva al Capo della Chiesa Cattolica il diritto di assegnare le Corone a propria discrezione. Ciò si verificò in occasione dell'incoronazione ad Imperatore di Carlo il Calvo. Ma, mentre si compivano gli ultimi sforzi per mantenere in vita le istituzioni imperiali, l'Europa entrava ormai in una nuova realtà storico-politica: il feudalesimo.

Gli anni bui dell'epoca feudale

Un'ultima parentesi di unità politica dell'Impero si ebbe con Carlo il Grosso, dall'877 all'887, anno della sua deposizione, dopodiché seguì il definitivo smembramento del Paese in sei regni: la Francia, la Lorena, la Borgogna, la Provenza, la Germania e, infine, l'Italia (di cui s'intende, naturalmente, quella parte che era appartenuta all'Impero, dunque, senza Roma e tutto il Sud con le isole).

Ad eccezione della Germania, la vita dei nuovi stati era iniziata all'insegna della più completa anarchia, fatta di continue lotte tra i successori della dinastia carolingia. Una nuova istituzione era intanto venuta affermandosi in tutto l'occidente europeo: il feudalesimo.

Esso si basava sulla suddivisione dell’Impero in varie parti o feudi, che il sovrano affidava mediante la cerimonia dell’investitura, ai suoi fedeli perché governassero in suo nome. Il signore del feudo (o feudatario) diventava vassallo del sovrano. Il sistema feudale si articolava in una complessa gerarchia al cui vertice erano i sovrani, quindi i grandi feudatari, i valvassori, i valvassini, in ordine dicrescente di poteri e privilegi.

Questo sistema fu uno dei fattori che contribuirono alla disgregazione dell'impero carolingio; infatti gli stessi conti, che dapprima erano stati semplici funzionari imperiali e la cui carica aveva avuto precise scadenze, in seguito divennero feudatari, sempre più autonomi, in grado di trasmettere i propri diritti ai loro eredi.

Ogni feudo si presentava come una realtà a sé stante. Vero centro della vita nel feudo era il castello. Vi risiedeva il feudatario con i propri servi e gli armigeri (guardie, soldati ecc. - addetti all'uso delle armi); vi risiedeva pure il carnefice, che eseguiva materialmente le condanne a morte, meglio noto nei secoli futuri come il boia. Con le sue mura e le sue torri il castello costituì sempre più un punto di riferimento per la popolazione che tese col tempo ad insediarsi in numero sempre crescente nei dintorni di esso, spinta dal timore di saccheggi e scorrerie, che accompagnavano le frequenti vicende militari nelle quali si trovavano coinvolti i vari signori.

L’Europa, nuovanebte invasa da arabi, ungari e normanni caddenel periodo più buio, il periodo della frammentazione e dell;anarchia feudale.

Nel 962 a Roma veniva incoronato dallo papa Giovanni XII (che regnò in Roma dapprima come signore) Ottone I di Sassonia. Tre furono gli obbiettivi del nuovo imperatore. Il primo fu quello di ridare corpo all'au­torità imperiale, e ciò gli riuscì, in primo luogo, sostituendo i duchi di Baviera, Franconia, Lorena e Sassonia con suoi congiunti; in séguito rafforzò il sistema di controllo svolto dai conti paladini, funzionari addetti all'amministrazione dei beni della Corona, situati in tut­to il territorio dell'Impero. Ma per far fronte al pericolo che costituiva il privilegio eredita­rio ormai da tempo acquisito dalle antiche famiglie feudali, Ottone I istituì i vescovi conti, i quali, in qualità di vescovi non potevano, in obbedienza al diritto canonico, avere famiglia, e così non potevano trasmettere i propri feudi a figli eredi, con gran vantaggio per la Corona, la quale, con tale politica, si guadagnò, specialmente in Germania, il sostegno del clero, anche contro i feudatari laici.


Raggiunto questo primo obbiettivo, non fu difficile per Ottone pervenire al secondo, cioè riaffermare l'autorità imperiale sul Papa, tesi che lo stesso sovrano aveva in precedenza sancito. Lo si vide quando, dopo averlo incoronato imperatore, Papa Giovanni XII, dovette giurargli fedeltà, giacché, oltre tutto, Ottone assumeva l'alta sovranità feudale su Roma. Fu per volontà sua che venne eletto il successore di Giovanni XII, Leone VIII.

Terzo traguardo da raggiungere era quello di riunire al Sacro Impero Romano-Germanico (denominazione conferita al nuovo istituto imperiale) l'Italia meridionale, cosa che gli riuscì solo in parte, ottenendo l'omaggio feudale da parte dei duchi di Benevento e di Capua. Tuttavia era di non poca importanza sul piano diplomatico l'ottenere il riconoscimento della propria dignità imperiale dal sovrano di Costantinopoli.

Analoga fu la politica del figlio, Ottone II, succeduto, alla morte del padre, nel 973 che intraprese la campagna militare nell'Italia meridionale per accrescervi i propri possessi territoriali. Ma la sua impresa si concluse con la disfatta di Stilo, in Calabria, del 982, ad opera delle milizie (truppe) musulmane.

Nel 1021 un altro imperatore (Enrico III) tentò una spedizione nel mezzogiorno della penisola ma non ebbe successo.

La Corona passò alla dinastia di Franconia, con Corrado II il Salico, il quale dovette immediatamente far fronte ai crescenti attriti tra grandi e piccoli feudatari, attriti che non tardarono a diventare veri e propri scontri. E facile immaginare come il nuovo monarca potesse far maggiore affidamento sulla feudalità di più basso rango, giacché l'altra, laica o ecclesiastica, tendeva sempre a sfuggire al controllo imperiale, grazie anche all'ormai consolidato principio (per i vassalli laici) di ereditarietà della signoria sui propri feudi, privilegio di cui non godevano i vassalli minori, i quali manifestarono ben presto al Sovrano le proprie posizioni a favore di un'equiparazione ai loro colleghi di rango superiore. Fu così che, con un decreto imperiale del 1037, Corrado II estese anche ad essi il diritto di trasmettere la dignità di feudatari ai propri eredi.

Tuttavia i tempi stavano cambiando; e se in Germania rassetto istituzionale non doveva ancora subire grandi mutamenti, non era così in Italia, dove la vita delle città non era mai del tutto tramontata ed ora accennava a riprendere vigore ed una più larga fascia di cittadini si sentiva chiamata a partecipare attivamente alla vita politica locale, ponendo così le premesse per il sorgere dei liberi comuni.

L’XI secolo e il grande risveglio

Lo stato di degrado e di decadenza nel quale era venuto a trovarsi l'occidente euro­peo verso la fine del primo millennio della nostra èra faceva sorgere in molti la convinzio­ne che, allo scoccare dell'anno 1000, sarebbe avvenuta la fine del mondo.

Al contrario, già con Ottone I e la sua politica di rinvigorimento delle istituzioni impe­riali, erano apparsi i primi segni di una rinascita.

L’XI secolo, infatti fu il secolo della ripresa. Un notevole aumento della popola­zione nel continente europeo si ebbe per lo stabilirsi definitivo nella regione danubiana di popolazioni slave e magiare che cessarono di essere nomadi. Crebbe la popolazione nelle campagne, rese più fertili da numerose opere di bonifica, compiute, in particolare dai monaci benedettini. Attorno ai castelli si svilupparono nuovi centri abitati, i borghi, nei quali fiere e mercati sempre più fre­quenti erano il segno di un incremento dell'attività commerciale, che, per un nume­ro sempre maggiore di individui, si affiancò o si sostituì all'attività puramente agri­cola. Fu dallo stretto legame tra questa nuova classe sociale, né contadina né intel­lettuale, ed il suo definirsi borghese, perché viveva nel borgo, che in seguito si definì con questo termine, indipendentemente da dove abitasse, quella classe che raggruppava in sé tutte quelle persone che svolgevano professioni che non fossero il lavoro dei campi o, viceversa, attività strettamente intellettuali o pubbliche. Anche le città, dopo il letargo dei secoli oscuri, ritrovavano nel palazzo vescovile il centro del proprio risveglio. Una nuova istituzione si poneva al centro della rinata econo­mia: sorgevano infatti a Firenze le prime banche.

Ma la rinascita non era solo economica, bensì soprattutto culturale. Molti pensano che quella medievale sia stata un’epoca ignorante, ma ciò non è esatto. Specie dopo il secolo dodicesimo il Medioevo sviluppò una grande cultura; ma anche nei primi secoli una minoranza di persone continuò a studiare e a scrivere. La maggioranza della popolazione, tornata alla vita della campagna, era analfabeta, ma nei conventi c’erano grandi bibliotece in cui si conservavavno i testi classici: gli autori più letti erano soprattutto Virgiglio, Orazio e Cicerone, ma anche Ovidio, Seneca e fra i cristiani Agostino e Boezio (senza dimenticare naturalmente la Bibia). Il latino restò per tutto il Medioevo la lingua universale della cultura (mentre si dimenticò il greco). La cultura medievale era una cultura essenzialmente religiosa: l’istruzione era riservata solo al clero, e d’altronde l’idea di Dio, del peccato e dell;inferno era sempre presente all’uomo. Col tempo si sviluppò anche una letteratura volgare (cavalleresca e cortese: romanzi, poesia trovatoresca), ma gli studi filosofici ed eruditi restarono confinati nei chiostri. La filosofia cristiana conobbe 2 grandi periodi: quello della patristica (dal II al VIII secoli) e quello della scolastica (dal IX al XV secoli). La patristica è l’insieme delle dottrine dei padri della chiesa cioè di quegli scrittori cristiani che difesero l’ortodossia contro le eresie e il paganesimo. La caratterisica maggiore della patristica è che in essa la religione e filosofia non sono distinte ma identificate. Se la patristica aveva definito i dogmi:la scolastica volle dimostrarli, spiegarli. Lo scopo principale della scolastica fu la ricerca delle prove razionali della verità della religione cristiana; l’elaborazione razionale delle verità religiose. Solo verso la fine del Medioevo el razionalismo vinse il misticismo e nell’epoca della scolastica la speculazione (pensiero) filosofica riprese con pieno vigore. Furono i testi di Aristotele, riscoperti dagli studiosi arabi a dare nuovo impulso alla filosofia. Molti testi scientifici furono tradotti dal greco a dall’arabo. Ricominciò anche lo studio della natura, il mondo, prima svalutato dal misticismo, riacquistò valore e consistenza.


La mente dell’uomo però restava sempre rivolta a Dio, e la scienza regina fu dunque la teologia, nata proprio dalla nuova esigenza di conciliare ragione e fede; il mondo veniva studiato solo come simbolo e creazione di Dio.

Ad Oxford, a Parigi e, in Italia, a Bologna (ma la prima fu quella di Bologna, nel 1088) vennero fondate le prime università, cosicché con l’apertura delle prime università la cultura uscì dai conventi e cominciò ad apririsi anche ai laici. allora vere e proprie associazioni degli studenti che sceglievano, assumevano, ed anche licenziavano i loro cattedratici. Qui si riscopriva il diritto romano, mentre la filosofia e la teologia offrivano argomenti nuovi per approfondite discussioni, preparando la strada alla grande rinasci­ta del pensiero dei secoli successivi. La materia insegnata nelle università era anche la medicina.

Tuttavia \V1 secolo fu anche un secolo del conflitto tra la Corona Imperiale e la Chiesa. Questo riemerse quando si riparlò di eliminare le ingerenze imperiali nell’elezione del pontefice, dando in tal modo alla così detta lotta per le investiture.

Infatti erano giunti i tempi per una riforma sostanziale della Chiesa anche dal punto di vista giuridico; e ciò non poteva avvenire se non attraverso l'autonomia del potere spirituale da quello temporale. Come si è visto, l'inglobamento dell'apparato ecclesiasti­co nel sistema politico mediante l'istituzione dei vescovi conti non era stato certo un bene per il clero, che, al contrario, aveva pian piano assunto i difetti che caratterizzavano l'ambiente politico laico.

Era dunque necessario tornare alle origini mediante un'azione di profonda moralizzazione.

La lotta per le investiture subiva così una temporanea tregua, ma era destinata a riaccendersi nei decenni successivi; tant'è che solo nel 1122 si giunse ad una soluzione di compromesso tra l'imperatore ed il papa, Callista II, resa ufficiale nel concordato di Worms, che sancì definitivamente la non ingerenza laica nell'elezione dei papi e dei vescovi, e che concluse, almeno ufficialmente, la lunga diatriba (lotta) tra l'Impero e la Chiesa di Roma.

Le Crociate

Rinvigorita dal movimento riformatore, la Chiesa Romana decise di dare il proprio appoggio alla riscossa cristiana contro l'espansione dell'Islam durante tutto il secolo XI.

Gli Arabi persero la Sardegna e poi la Sicilia, mentre iniziava la riconquista cristiana della Spagna. Più critica era la situazione in Oriente, ove l'Impero Bizantino doveva far fronte all'avanzata dei Turchi i quali, dopo gli stessi Arabi, avevano conquistato Gerusalemmne, con il Santo Sepolcro di Cristo, mèta di pellegrinaggio per i Cristiani.

Già Papa Gregorio VII aveva caldeggiato la costituzione di una lega militare cristiana in difesa dell'Impero Bizantino; ma fu Papa Urbano II che, riunì nel 1095 un concilio a Piacenza e, subito dopo un altro a Clermont, nei quali lo stesso papa si dichiarò a favore di una campagna militare in difesa del mondo cristiano in Oriente.

L'appello fu accolto con tale euforia che un gruppo di crociati (così detti perché recavano sullo scudo una croce latina, simbolo della cristianità) volle partire in anticipo in direzione di Gerusalemme. Lungo il percorso, però, essi si resero responsabili di numero­si e poco nobili atti, come saccheggi e massacri di Ebrei, mentre subirono diversi attacchi da parte degli Ungari e dei Bulgari, finché furono definitivamente battuti dai Turchi pres­so Nicea, nell'Asia Minore.

Le Repubbliche Marinare

Se da un lato le Crociate segnarono l'inizio e la conclusione del prestigio delle istitu­zioni feudali in Oriente, esse furono ancora più importanti per i contatti commerciale che si svilupparono di conseguenza nel Mediterraneo, nei quali si stava ormai delineando il ruolo dominante delle Repubbliche Marinare italiane.

Esse ebbero questo appellativo proprio per la loro posizione geografica e per la loro economia, legata principalmente al mare. Prima tra esse a raggiungere il massimo della prosperità fu Amalfi, sulla costa tirrenica dell'Italia meridionale. Assieme a Napoli e Gaeta, Amalfi aveva partecipato alla vittoria di Ostia dell'849 contro gli Arabi ed all'impresa del marchese Alberico di Spoleto contro i Saraceni sul Garigliano. Supportò validamente con la propria flotta la prima crociata ed ebbe in compenso ampi privilegi nel Regno di Gerusalemme.

Importante fu il contributo di Amalfi al progresso della navigazione, grazie alle Tavole Amalfitane, primo esempio di codice commerciale e marittimo.

Ma le glorie di Amalfi durarono poco. Conquistata dai Normanni nel 1131 e saccheg­giata dai Pisani sei anni più tardi, essa non ebbe più la forza di riprendersi e scomparve rapidamente dalla scena attiva del Mediterraneo.

Ma il declino di Amalfi fu dovuto pure all'ascesa di altre due Repubbliche Marinare, Pisa e Genova, i cui eserciti avevano sconfitto nel 1016 i Saraceni togliendo loro la Sarde­gna, che fu ben presto zona di monopolio commerciale di Pisa, mentre ampi monopoli in Oriente derivarono ad entrambe le repubbliche in séguito alla loro partecipazione alla Prima Crociata. Una lunga e salda alleanza permise alle due città di condurre un'efficace politica di predominio nel Tirreno e di espansione sino agli inizi del secolo XII, quando l'intenzione di Pisa di annettersi a tutti gli effetti la Sardegna suscitò le reazioni genovesi, dando così inizio ad una lunga serie di lotte che limitarono fortemente le capacità politica di predominio nel Tirreno e di espansione sino agli inizi del secolo XII, quando l'intenzione di Pisa di annettersi a tutti gli effetti la Sardegna suscitò le reazioni genovesi, dando così inizio ad una lunga serie di lotte che limitarono fortemente le capacità espan-sionistiche delle due contendenti.


Sul versante adriatico stava nascendo quella che, tra le quattro Repubbliche Marinare, legò maggiormente le proprie vicende a quelle del Mediterraneo orientale: Venezia.

La sua storia era incominciata quando le popolazioni che vivevano nei pressi della Laguna Veneta si erano stabilite nelle piccole isole della laguna stessa per sfuggire alle invasioni barbariche. Sempre più autonoma da Costantinopoli, sino alla completa indi­pendenza, essa fu in grado di sostenere un'aspra lotta contro i pirati nell'Adriatico, e di affermare, già sul finire dell'XI secolo, un incontrastato predominio su quel mare.

Sul piano politico Venezia era governata da Tribuni locali, dipendenti dall'Esarca Bizantino, fino al 697, quando i Tribuni vennero sostituiti da un Doge, direttamente dipendente, sebbene solo nominalmente, da Costantinopoli. Ma nell'887 finì anche quella dipendenza, mentre attorno alla figura del Doge una sempre più potente aristocrazia tende­va ad organizzare la vita politica veneziana in senso oligarchico, dapprima togliendo al po­polo il potere di elezione del Doge, poi mediante la creazione successiva di organismi di controllo (consigli), che ne limitarono fortemente i poteri.

Anche Venezia contribuì notevolmente alle crociate. Da questa città partì nel 1202 quella che avrebbe dovuto essere la quarta crociata.

I Comuni. Federico Barba rossa e i Comuni italiani

II risveglio dell’XI secolo, accompagnato da fenomeni come la lotta per le investiture o le crociate, rese più rapido il declino del feudalesimo. La città cessò di essere una semplice fortezza, dove la gente trovava riparo dalle scorrerie e dalle aggressioni, bensì, luogo di mercato e di scambi. I mercanti e gli artigiani costituivano ormai una solida classe sociale. I cittadini tendevano sempre più a riunirsi in associazioni per difendere i propri interessi. Nasceva così il comune. Inizialmente esso fu infatti un'organizzazione tra cittadini di carattere privato. Man mano, però, che il numero dei membri aumentava, esso assunse sempre più l'aspetto di un istituzione pubblica cui faceva capo l'intera citta­dinanza, in seno alla quale esistevano diverse classi sociali. Vi era un ceto aristocratico, c'erano poi i semplici cittadini (soprattutto mercanti ed artigiani) e, infine, gli abitanti del contado, ossia delle campagne, i quali non godevano di veri e propri diritti politici. Dalla parola contado derivò il termine contadino, entrato poi nell'italiano corrente per signifi­care chi lavora la terra, sia in proprio che alle dipendenze di altri.

Il governo comunale subì col tempo dei mutamenti strutturali. Quand'esso era anco­ra un'istituzione privata i suoi membri erano rappresentati in seno all’arengo (sorta di parlamento), mentre alcuni così detti Buoni Uomini ricoprivano le cariche direttive. Man mano che il Comune assunse forma pubblica l'arengo venne sostituito da due consigli: quello maggiore e quello minore, mentre i Buoni Uomini lasciarono il posto ad una ma­gistratura presieduta da un certo numero di Consoli (generalmente da due a quattro). Questi amministravano la città ed assumevano il comando delle forze armate in tempo di guerra. Per un certo tempo essi amministrarono anche la giustizia, che fu successiva­mente affidata a speciali magistrati.

Ma l'amministrrazione del Comune rimase essenzialmente nelle mani delle grandi famiglie aristocratiche. Tuttavia, a partire dal secolo XII, lo sviluppo economico diede inizio ad una progressiva ascesa della classe borghese, formata da imprenditori, mercan­ti ed artigiani, i quali si riunirono progressivamente in arti o corporazioni (associzioni di categoria). Queste entrarono presto in conflitto con l'aristocrazia, dove pure frequenti erano i contrasti tra le varie famiglie. Ciò rese necessario abbandonare la forma di gover­no consolare, nella quale i Consoli rappresentavano famiglie aristocratiche, e si decise di assegnare l'incarico di primo cittadino del Comune ad un forestiero, perciò al di fuori delle parti, con il titolo di Podestà, in carica generalmente per un anno, durante il quale egli svolgeva le funzioni esecutive e quelle giudiziarie.

Il Comune ebbe scarso sviluppo in Francia e in Inghilterra, mentre ebbe notevole suc­cesso in Fiandra e, soprattutto, nell'Italia centro-settentrionale, ad iniziare dalla pianura padana, dove, sin dall’XI secolo, aveva imposto il proprio primato il comune di Milano.

La morte di Enrico V, avvenuta nel 1125, poneva fine alla dinastia di Franconia, men­tre una lunga serie di lotte interne fece precipitare l'Impero in una profonda crisi politica, della quale i Comuni poterono approfittare per nuove rivendicazioni ed una loro diffusione anche nell'Italia centrale.

Nel 1152 saliva al trono imperiale Federico I di Svevia, detto Barbarossa. La sua politica fu subito improntata sulla ferma volontà di ridare credito alle istituzioni dell'Im­pero nei confronti sia dell'alta feudalità che del Papa. Questo secondo aspetto della po­litica del Barbarossa incontrò il consenso della stessa feudalità ecclesiastica tedesca, la quale non aveva accettato di buon grado l'intervento assai frequente della curia romana negli anni precedenti. Vi erano poi le vicende italiane, che l'imperatore intendeva affron­tare secondo una linea ben precisa, che andava dalla riaffermazione dell'autorità imperia­le sui comuni, privandoli delle rispettive autonomie, all'annessione all'Impero dell'Italia meridionale.


Furono ben sei le campagne militari che il Barbarossa condusse in Italia. La prima di esse avvenne nel 1154 con l'appoggio del papa, Adriano IV, cacciato da Roma ad opera di Arnaldo da Brescia, che ivi (in quel luuogo) aveva instaurato il comune, ed anche dei comuni padani minori, i quali non intendevano subire la supremazia di Milano. A Roncaglia, presso Piacenza, venne riunita una dieta, e furono proclamati dal sovrano gli antichi diritti impe­riali. A Roma le truppe del Barbarossa catturarono Arnaldo da Brescia e lo consegnarono al papa, che lo fece condannare al rogo. Solo la riluttanza dei capi militari obbligò l'impe­ratore a non proseguire la marcia ed a tornare in Germania.

Ma il riemergere del contrasto tra Papato ed Impero sulla reciproca supremazia sfociò nella seconda dieta di Roncaglia (1158), che riaffermò i diritti della Corona sui comuni. A farli rispettare venne inviato in ciascun comune un rappresentante di essa, anch'egli con il titolo di podestà. Ma diversi comuni si opposero e la vicenda si concluse nel marzo del 1162 con l'intervento armato imperiale e la distruzione delle città di Crema e di Milano.

Un simile epilogo allarmò fortemente il Papato, dove, nel frattempo, ad Adriano IV era succedduto Alessandro III, fermo sostenitore del predominio pontificio sull'Impero. A ciò il Barbarossa rispose eleggendo un antipapa, Vittore IV.

Una prima lega di comuni, detta lega veronese, formata dalle città di Verona, Vicenza, Padova, Venezia e dal Papa, si formò in occasione della terza discesa del Barbarossa in Italia. Seguì una quarta discesa, che si concluse a Roma con la fuga in esilio di Papa Alessandro III e la sua sostituzione con un nuovo antipapa, Pasquale III. Ma intanto una nuova lega si era formata tra i comuni lombardi di Brescia, Bergamo, Mantova e da Verona e, il primo dicembre del 1167, questa si fuse con la preesistente lega veronese. Nacque così la lega lombarda, alla quale altri comuni aderirono, sino a raggiungere il numero di 36. E fu così che la quinta avventura italiana del Barbarossa si concluse con la sconfitta di Legnano, presso Milano, del 29 maggio 1176 ad opera della lega.

Nel novembre dello stesso anno l'imperatore poneva fine allo scisma con la Santa Sede. Seguì, l'anno successivo, una tregua con i comuni della lega e con il re Guglielmo II di Sicilia, loro alleato, in seguito alla quale Papa Alessandro III potè rientrare a Roma ritirando la scomunica all'imperatore.

Chiuse definitivamente tutta la vicenda la pace di Costanza (25 giugno 1183), in cui l'imperatore riconosceva i diritti acquisiti dai Comuni, i quali a loro volta riconoscevano l'autorità suprema del sovrano.

Federico I I e la sua epoca

Con l'appoggio del papa Innocenzo III, Federico II, una volta maggiorenne, riuscì a cingere la corona imperiale. In compenso dell'appoggio ottenuto dalla Santa Sede, il nuovo sovrano dovette impe­gnarsi verso il pontefice a non mantenere unita alla corona imperiale quella di Sicilia, cedendola al figlio Enrico, ancora minorenne, che fu effettivamente incoronato re di Sicilia, ma fu soltanto una formalità. Inoltre l'imperatore avrebbe dovuto guidare una nuova crociata per liberare un'altra volta Gerusalemme.

Morto Innocenze III nel 1216, le cose andarono diversamente, giacché ben di­versi erano i piani del monarca. Mandò il figlio Enrico, ancora bambino, in Germania, facendogli assumere il titolo di duca di Svevia e di Borgogna, poi quello di Re dei Romani, designandolo così suo successore al trono imperiale. Con quest'ultimo atto era chiara la volontà di Federico II di riunire l'Impero e la Sicilia sotto un unico scettro. Ora, sebbene non formalmente, di fatto le due corone erano già unite, poiché Federico era imperatore a pieno titolo, ma era anche reggente del Regno di Sicilia, essendo Enrico ancora minorenne; tant'è vero che non la Germania, ma la Sicilia fu il centro della vita politica del sovrano, egli stesso nato in Italia, a Jesi, presso Ancona. Palermo fu infatti la sua residenza e qui egli pose le basi di quel dispotismo illuminato, fondato su un forte accentramento del potere, accompagna­to però da diverse riforme, e che fece della Sicilia una realtà politico-istituzionale precorritrice dello stato moderno. Anche la cultura fu testimone della buona situa­zione politica del Regno: nasceva infatti la prima vera e propria corrente letteraria italiana, nota come scuola siciliana. Vi fecero parte lo stesso Federico e il suo cancel­liere, Pier delle Vigne.

Ma la politica di Federico andò senza ostacoli fino a che durò il pontificato di Onorio III. Morto quest'ultimo nel 1227, gli successe Gregorio IX, dalla personalità ben diversa. Nel giugno del 1228 l'imperatore partì da Brindisi per l'Oriente, ma, con un trattato diplomatico con il sultano d'Egitto, tornato in Italia Federico dovette respingere le truppe pontifice che avevano invaso, durante la sua assenza, parte dei suoi territori. La campagna si concluse con il trattato di San Germano del 23 luglio 1230. Il papa restituì i territori occupati e ritirò la scomunica all'imperatore.